Categorie

  • Nessuna categoria

Intervista a Maurizio Oviglia

Durante l’apertura di Marinaio di Foresta, Foto Maurizio Oviglia

Arrampicata a Baunei, tra passato, presente e futuro

Con Maurizio Oviglia facciamo il punto della situazione tra passato, presente e futuro dell’arrampicata nel territorio di Baunei. Maurizio ha aperto più di 2000 vie in tutto il mondo in 35 anni di esperienza, raccontate nel suo ultimo libro “La linea invisibile”.

Nei suoi racconti l’incanto di paesaggi straordinari visti dalla prospettiva esclusiva del climber, la fatica di ore, ma anche di giornate (e nottate) trascorse in parete e le sensazioni per l’impresa compiuta, una volta raggiunta la meta. Ma soprattutto il rapporto con la montagna e con il prossimo: “L’alpinismo – scrive Maurizio – è spesso un violento atto di egoismo verso la società, una fuga, un gesto di narcisismo. ‘Aprire’ una via agli altri può, al contrario, essere un gesto di altruismo, una possibilità, una porta aperta che ci permette di stabilire un legame emozionale con il nostro prossimo”.

Sara Oviglia, 12 anni, conquista l’Aguglia. Foto Maurizio Oviglia

D. Parli spesso di etica ed alpinismo; è possibile secondo te uno sviluppo “sostenibile” dell’arrampicata, soprattutto in un territorio sensibile come il Supramonte e la Costa di Baunei?
Penso sia fondamentale distinguere il tipo di approccio che adottiamo ad un territorio selvaggio e tutto sommato ancora integro come quello di Baunei. Possiamo avere un approccio esplorativo, sportivo o meramente turistico. Il Supramonte di Baunei è estremamente ricco di pareti e di roccia di buona qualità, è logico che, prima o poi, esso diventasse una sorta di Eldorado per gli scalatori. Come dici tu è però un territorio “sensibile”, perché si tratta di una delle ultime wilderness d’Italia e di Europa, dunque oggi dobbiamo anche domandarci quale impatto abbiano le nostre azioni sul futuro di questi luoghi. Quando ho iniziato a scalare a Baunei non ci facevamo molte domande, il nostro approccio era puramente esplorativo, e molte delle vie che abbiamo aperto sono rimaste irripetute per decenni. Il nostro impatto sull’ambiente era quindi trascurabile. Ma quando abbiamo cominciato a chiodare le prime falesie, come Campo dei Miracoli, Villaggio Gallico e Creuza de Mà, le cose sono cambiate. L’arrampicata è divenuta “sportiva” e in conseguenza al facile approccio di queste falesie e la splendida location, sono arrivati anche i turisti. Questo è senz’altro positivo, ma non dobbiamo dimenticare che i visitatori vengono a Baunei perché vogliono trovare ciò che non esiste altrove e che questo territorio è in grado di offrire, proprio perché selvaggio e incontaminato. Oggi le falesie si sono moltiplicate e vengono molti chiodatori da fuori desiderosi di lasciare il proprio segno, mentre altrove non lo possono più fare o ci sono dei vincoli che gli impediscono di agire in totale libertà. Si è reso dunque necessario porsi delle domande su quale sia la maniera migliore per sviluppare l’arrampicata sportiva, che attira oggi un gran numero di praticanti. Lo stesso discorso vale per i percorsi escursionistici attrezzati, anche questi in grado di attrarre una gran massa di turisti appassionati di outdoor. L’arrampicata tradizionale, di stampo alpinistico, è rimasta invece riservata a pochi romantici scalatori.

Maurizio Oviglia in solitaria sul traverso di Pedra Longa. Foto Paolo Contini

D. In questo ultimo decennio a Baunei abbiamo assistito ad un’evoluzione nella chiodatura e nell’apertura di nuove falesie e nuovi itinerari alpinistici. Siamo passati in breve dall’incentivare i chiodatori al dover chiedere una maggiore attenzione e maggiori scambi di informazioni; troppi vincoli mal si conciliano con l’idea di libertà che è insita nell’arrampicata o si dovrà per forza di cose arrivare ad un compromesso?
Penso di sì, anche se a malincuore. Ho iniziato a scalare negli anni ottanta quindi amo l’idea di libertà e di anarchia che è sempre stata la base della nostra attività. Allo stesso tempo però mi rendo conto che questa non potrà durare all’infinito e che, anzi, è necessario fermarsi prima di esagerare. Arrivare in un territorio e poter fare ciò che si vuole, chiodare una falesia o una via lunga, è bellissimo. E Baunei è uno di questi luoghi! Ma, come dicevo prima, è necessario chiederci quale impatto porteranno in futuro le nostre azioni. Inoltre è fondamentale trovare un equilibrio tra chi desidera chiodare ed avere sempre più scalatori, perché magari ha intrapreso un’attività legata al turismo, e chi invece preferirebbe che i luoghi rimanessero selvaggi e poco frequentati. Perché non dimentichiamo che a non tutti fa piacere vedere scalatori ovunque e chiodi luccicare in ogni grotta! Personalmente ho chiodato più di 2000 vie ed ho dato il via a questo tipo di turismo in molte zone della Sardegna: quindi non sono forse la persona più indicata per porre dei vincoli e dire ai miei colleghi “non potete più chiodare, ora basta!”. Però è necessario essere sinceri da parte nostra ed ammettere che attrezzare pareti non è sempre “necessario” e che lo sviluppo dell’arrampicata non richiede forzatamente di tappezzare ogni parete di chiodi. Non è detto che il Supramonte debba divenire come la Spagna o Arco di Trento, il Supramonte per come la vedo io deve rimanere quello che è, unico e diverso da qualsiasi altro luogo. Con una sua precisa identità. Secondo il mio parere, oggi, vanno attrezzate solo le falesie di facile accesso e di sicuro successo, recuperare (o eventualmente schiodare) quelle abbandonate, astenendosi dal chiodare dappertutto. Non è difficile oggi capire quali siano queste falesie, quelle frequentate e quelle invece dove non va nessuno. Naturalmente noi scalatori siamo spesso in disaccordo ed ognuno ha la sua idea di sviluppo: chi preferirebbe vie facili, chi vie dure perché vorrebbe che i top climbers venissero a provarle, chi ne vorrebbe mille per poter scegliere, chi diecimila perché così potrebbe intraprendere un’attività commerciale legata alla scalata. Dovremmo riuscire ad autoregolamentarci prima che sia troppo tardi e che non sia più possibile discuterne, essendo poi costretti accettare dei vincoli imposti dall’alto. Oggi molti vengono da fuori e trovano a Baunei molti spazi vergini. La prima cosa che pensano, e che chi li ha preceduti non abbia visto certe possibilità. Invece non sempre è così, a volte ci si è astenuti. Ad esempio, nei dintorni di Cala Goloritzè, è pieno di strutture di calcare stupende. Ma non è detto che esse debbano essere un giorno tappezzate di chiodi e che questo sia necessario allo sviluppo dell’arrampicata. Un discorso delicato ma che è necessario fare.

2006, apertura di Mezzogiorno di Fuoco a Punta Giradili, attualmente la via lunga più difficile di Baunei. Foto Maurizio Oviglia

D. Qual è secondo te il punto di forza del territorio di Baunei dal punto di vista dell’arrampicata.

Senza dubbio la possibilità di scalare su roccia bellissima, con panorami mozzafiato, con la presenza quasi costante del mare. Ciò detto credo che l’arrampicata a Baunei sia in grado di attrarre turisti soprattutto nelle stagioni intermedie e addirittura in inverno. In questo senso penso sia necessario che il Comune si attivi per creare servizi per accogliere gli scalatori in queste stagioni tradizionalmente “morte”, almeno turisticamente parlando.
D. Qual è l’itinerario legato ai primi anni di esplorazione nel territorio di Baunei che ricordi con maggior piacere?

Arrampicare a Baunei negli anni ottanta voleva dire soprattutto andare a Cala Goloritzè e salire l’Aguglia. Quella era la sfida e l’esperienza assolutamente da vivere. In quegli anni anche le pareti di Punta Ginnircu, della Punta Giradili e di Punta Argennas erano pressoché inesplorate. Ma niente era paragonabile alla salita dell’Aguglia di Goloritzè, che a quei tempi non era affatto uno scherzo…
D. Da sport di nicchia, l’arrampicata è divenuta soprattutto negli ultimi anni molto popolare. Questo fenomeno comporta una maggiore frequentazione delle falesie ed un maggior numero di neofiti e principianti che spesso sottovalutano le difficoltà e l’impegno di alcune salite. Quale sarebbe l’approccio giusto all’arrampicata secondo te?

Hai ragione, questo avviene perché il tipo di approccio alla scalata è radicalmente cambiato negli anni. Un tempo si cominciava con l’alpinismo, sul cosi detto “terreno di avventura”. Imparavi a muoverti in un ambiente non scevro da pericoli, imparavi ad accettare il rischio ed a gestirlo. Oggi la gran parte degli scalatori inizia in una palestra artificiale o da secondo di cordata in una falesia. Non ha nessuna idea del rischio, anzi lo esorcizza e cerca di eliminarlo del tutto. Quando oggi portiamo a scalare una persona per la prima volta, le diciamo subito “tranquillo, non ti può succedere niente, sei al sicuro!” Normale che quella persona, quando comincerà a scalare autonomamente, non sarà in grado di gestire il rischio e rendersi conto dei pericoli di una scalata. Anzi domanderà sempre più tranquillità, su ogni terreno, pretendendo che tutto sia messo “in sicurezza”. E arrabbiandosi se qualcosa va invece storto. Chiodi sicuri e ravvicinati, materiali a prova di bomba, parete perfettamente disgaggiata da chi si occupa di preparare gli itinerari. Esattamente come fosse in una struttura indoor. Questo è ovviamente impossibile che si verifichi su una struttura in ambiente e tanto meno su una scogliera in riva al mare. E’ necessario che tutti prendano coscienza di questi pericoli e che venga fatta informazione a riguardo. Scalare rimane anche oggi un’attività pericolosa, anche se i chiodi sono a prova di bomba. Lo scalatore, oggi come un tempo, deve imparare a conoscere il pericolo, a gestirlo e a rinunciare se necessario.

Gianluca Piras durante la richiodatura parziale dell’Aguglia (2003). In primo piano il trapano spezzato dopo un volo accidentale dalla parete. Foto Maurizio Oviglia

D. Se dovessi consigliare una via facile, una via multipitch ed un itinerario di alta difficoltà a Baunei, quali sarebbero secondo te? 

Purtroppo non ci sono molte vie “facili” a Baunei. La conformazione molto verticale delle pareti non permette di creare itinerari al di sotto del quinto grado, ed anche questi sono estremamente rari. Penso che attualmente “Marinaio di Foresta” a Pedra Longa sia la via più apprezzata e ripetuta per chi cerca difficoltà abbordabili. Ma è necessario avere un solido livello di 5c per poterla affrontare, non dimenticando che ci si muove su una scogliera dove la roccia non è sempre ottima ed un ritorno (o soccorso) non è semplice. Come via di alta difficoltà, ma non troppo, consiglierei una via sulla Punta Giradili, per esempio “Sette anni di Solitudine” (aperta da Motto e Piola, due tra i chiodatori più famosi del mondo) o “Senza Indugio”, aperta invece dalla guida Roberto Vigiani. Oppure una salita sull’Aguglia o sulla meno conosciuta falesia di Oronnoro.

D. Parliamo ancora di sicurezza: negli ultimi anni è sempre più crescente la necessità di richiodare le vecchie falesie e le vie sportive a più tiri aperte negli anni ottanta e novanta, che hanno cominciato a mostrare evidenti segni di invecchiamento ed in alcuni casi di corrosione interna.

Il dibattito è ancora aperto. Qual è il tuo parere sull’argomento?

Fortunatamente Baunei ha una chiodatura più recente rispetto alle altri pareti del Golfo di Orosei, per esempio quelle che si trovano in territorio di Dorgali. Ciò vuol dire che l’acciaio inox utilizzato è meno a rischio, anche per la conformazione stessa delle pareti, che pur essendo sul mare, sono meno strapiombanti. Dal 2012 in poi, dopo il verificarsi delle prime rotture dell’acciaio per corrosione interna (SCC) le ditte specializzate in chiodi hanno smesso di commercializzare acciaio AISI 304, che si è rivelato inaffidabile dopo un certo numero di anni in ambiente marino. L’analisi dei casi di rottura dei chiodi, ci fa pensare a delle partite di acciaio di cattiva qualità, venduto essenzialmente negli anni duemila. Che noi chiodatori, ignari di tutto ciò, abbiamo acquistato e posizionato sulle scogliere. Ciò, attenzione, è avvenuto in tutto il mondo, non solo a Baunei! Ciò vuol dire che tutte le falesie attrezzate con quel materiale dovrebbero essere oggi richiodate, anche se quando il calcare è grigio ed il materiale è esposto alla pioggia (e quindi viene periodicamente lavato) il rischio è molto minore. E’ fondamentale però comprendere, oggi più che mai, che una falesia ha bisogno di periodica manutenzione, come qualsiasi altro impianto sportivo. Anche le strade vengono periodicamente controllate, eppure si formano le buche e talvolta franano. Così sono le falesie, e per quanto si possano fare le cose bene e coscienziosamente, ci dovrà un giorno essere qualcuno che ci rimetta mano per sistemarle. Falesie molto frequentate, come il Porto di Santa Maria, il Villaggio Gallico, Pedra Longa e l’Aguglia stessa, dovrebbero essere continuamente monitorate. Solo così è possibile ridurre il rischio di incidenti. Il tutto naturalmente unito ad una maggior consapevolezza da parte dei climbers.

1987, Maurizio Oviglia: apertura di “Dolce Stil Novo” sull’Aguglia. Dopo il Mio Veleno (1986) è la prima via sportiva sul monolite. Foto Mattia Vacca

Maurizio Oviglia sulla Via Mediterraneo alla Punta Giradili, nei primi anni novanta. Foto Mattia Vacca.

Cecilia Marchi arrampica nella falesia del Villaggio Gallico, tutt’ora la più frequentata nel territorio di Baunei in virtù della sua comodità e bellezza. Foto Maurizio Oviglia

Prima ripetizione della Via Marampon, la prima ad essere aperta sulla guglia di Pedra Longa

Materiale non più affidabile sull’Aguglia. Foto Maurizio Oviglia